The wrong assumptions behind a European web tax

IBL // 15 September 2017

In a recent joint letter to the Commission, Germany, France, Italy and Spain’s finance ministers announced plans to tax tech multinationals, such as Amazon and Alphabet Inc./Google, based on their local revenue. However, the idea of imposing a European “web tax” is misguided for two main reasons. First, it is not true that large digital companies pay less taxes. Whilst the immateriality of several of their services makes tech multinationals difficult to tax, the large majority of the revenue collected from their services comes from indirect forms of taxation. Second, countries are slowly reducing their corporate tax rates. This is primarily due to healthy fiscal competition. Thus, rather than calling for the introduction of a European web tax, EU countries should start calling into question the huge share of GDP spent on their public sector.

 

The following article appear on Instituto Bruno Leoni’s website in Italian.

 

La discussione sulla webtax ha un solo sottinteso: l’esigenza di cavare più gettito dalle impreseFalliti i tentativi di introdurre una imposta nazionale sui servizi digitali, l’Italia – assieme a Germania, Francia e Spagna – ha chiesto alla Commissione Ue di scendere in campo per una webtax europea.

Finalmente, il nostro

 

governo sembra aver definitivamente accantonato progetti scomposti e punitivi che mettevano nel mirino questo o quel “gigante del web” Le buone notizie, però, finiscono qui: perché se la webtax era una pessima idea a livello nazionale, non è certo una buona idea a livello europeo. L’economia digitale rappresenta una sfida per sistemi fiscali che si sono sedimentati nei decenni attorno a un’economia che aveva una dimensione grossomodo riconducibile a quella dei mercati nazionali. Ma il mondo, ormai, è cambiato, ed è ingenuo pensare di tenere il passo del cambiamento semplicemente immaginando che imposte anacronistiche a livello di singolo Paese invece diventino “moderne” se concertate fra più nazionali.

 

Questo per almeno due ragioni. In primo luogo, non è affatto detto che di per sé l’economia digitale sfugga alle tasse: l’immaterialità di molti servizi li rende difficilmente tassabili secondo i criteri tradizionali dell’imposta sul reddito, ma gran parte del gettito fiscale a essi connesso viene recuperato nel concreto attraverso le imposte indirette. Inoltre, la crescente mobilità del capitale ha indotto gli Stati ad abbassare le proprie pretese per evitare la fuga di base imponibile: perlomeno per quanto riguarda le imprese. Persino in Italia, l’Ires è scesa dal 32,5 per cento di un decennio fa all’attuale 24 per cento. Non è che cambiando il nome alle tasse (o addirittura il presupposto, spostandolo dai profitti ai ricavi) possa cambiare la sostanza delle cose: se la tassazione si fa predatoria, le imprese scapperanno, e a rimetterci saranno soprattutto i cittadini che perdano l’opportunità di fruire di servizi che hanno dimostrato di gradire.

 

In seconda battuta, è bene ricordare che se le cose stanno, pur con molta fatica, andando in questa direzione il motivo è uno solo: la competizione fiscale. Se non fossero stati costretti a moderare le loro pretese dalla concorrenza di giurisdizioni meno rapaci, i vecchi, esosi Stati europei non avrebbero accettato di calmierare almeno alcune aliquote. La sfida dell’economia digitale rappresenta una sfida allora non dal lato del prelievo, ma dal lato della spesa: chi denuncia la presunta evasione dei giganti online, sta in realtà dichiarando la propria indisponibilità a mettere in discussione l’enorme quota di prodotto interno lordo intermediata dal settore pubblico.

 

La discussione sulla webtax ha un solo sottinteso: l’esigenza di cavare più gettito dalle imprese. L’Italia ha un’esigenza opposta: quella di lasciare più risorse nelle tasche dei cittadini.

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